venerdì 20 agosto 2021

 Bizantini Longobardi e la Lunigiana- 11

Il sistema difensivo bizantino da lì travalica il crinale e si porta verso Costerbosa, sulla sinistra del Cogena di fronte a Belforte, a controllo della vallata del Taro. Costerbosa sarebbe legata a quel Baselica di cui si è detto, posta immediatamente a lato e ricalcherebbe i confini dell’occupazione longobarda già presente nel diploma di Pertarido, destra Taro e Gotra.

Ruderi del castello di Costerbosa


Costerbosa starebbe a protezione del castrum di Roccamurata che presenta una cinta muraria e tre torri e che fronteggia il castello di Petramugulana che con il Castrum Nebbla di Solignano può costituire la punta estrema della prima penetrazione longobarda, anche se non escludiamo una contemporanea fortificazione dei Longobardi in Belforte, laddove il Comune di Parma ai primi del XIII secolo edifica il castello.


Castrum di Roccamurata

Sulla sinistra Taro di fronte a Costerbosa avremmo Tiedoli, il Tillietum malaspiniano, dove è un castello di cui si ignora la storia, fatto salvo il diploma di Federico I ad Obizzo Malaspina del 1164.


Castello di Tiedoli


Sempre nella Valvona sinistra Taro non distante da Tiedoli, ma in altro crinale, è la Turris di Borgotaro indagata dalla Petracco Sicardi e dal Formentini che ritiene di identificare le Turres dell’Anonimo ravennate con i quattro castelli dei Platoni nella borgotarese Val Vona.

Pensiamo che questo toponimo cumulativo possa invece indicare tutte o in parte quelle fortificazioni dianzi descritte e poste dopo Monte Castello e che terminano con la Turris valtarese; di queste l’Anonimo Ravennate poteva conoscerne solo la presenza.

La Turris si collega forse con un altro sistema fortificato al di là del massiccio del Barigazzo, Città d’Umbria, dimostrato di origine ligure e diretto forse verso la pianura ed un altro che continua dal castelliere di Nociveglia e che riprendendo quanto segnalato dall’Anonimo scende verso Moneglia, collegandosi forse con Monte dei Greci a monte di Varese Ligure e col castelliere di Zignago, il primo complesso ad essere analizzato archeologicamente.






Ruderi di Umbria

Anche le vie che uniscono la Lunigiana alla Valtaro potevano presentare una serie di fortificazioni del periodo altomedievale; in particolare la citata Via Regia che corre sul confine con Val di Vara.

Immediatamente a valle del Passo del Brattello, all’altezza della via che porta al Borgallo troviamo la Cà del Guelfo.

Il termine guelfo rimanda alle lotte interne fra i Pontremolesi o piuttosto alla matrice da sempre guelfa del Comune valtarese? La Banti lo nomina Castel del Guelfo, includendolo nell’elenco di luoghi ove erano stati trovati reperti romani. Perduta l’antica funzione sarebbe poi diventato una semplice Cà (da locus).

Riteniamo però avesse una sua funzione difensiva alla fine del IX sec a seguito delle invasioni degli Ungari, (vedi la diffusa presenza in zona del culto di San Geminiano) confusi con i Saraceni, stante i numerosi toponimi legati ai “Sarasin” in quella zona quali “teca dei Sarasin, fosso dei Sarasin”, ecc. La Petracco Siccardi ha individuato a Lacore di Varsi un “casale” diventato “castellum” nel 904, a seguito proprio dell’arrivo degli Ungari.

All’altro capo della via, a valle del Borgallo, è presente il toponimo Castel di Margrai , ovvero dei marchesi (da mark: confine e graf: conte).

Attualmente il toponimo non è più riscontrabile nelle carte geografiche; si trova invece “la Lobbia”, termine dialettale per frana (lubia), tra l’altro ripetuto appena più a valle come “Lubbia”. Potrebbe essersi ripetuto quanto accaduto al castello di Muceto (Filattiera), sostituito dopo la demolizione del castello, dal toponimo Macerie.

Viene citato anche un castrum Burgalii, senza peraltro fornirne una allocazione. Riteniamo probabile si tratti dello stesso fortilizio, non essendo pensabile a due realtà militari nello stesso luogo; d’altronde ci sembra pacifico che a guardia del valico, certamente più importante militarmente del Brattello e di un “Hospitale”, di cui il Capitano Boccia ravvisava ancora tracce nel 1804/5 vi sia un opera difensiva.

Più a valle, sopra l’abitato della Cervara, troviamo il toponimo Castello, frequente sull’Appennino, ma comunque indicante una posizione fortificata. Considerando la presenza già citata di uno xenodochio e l’importanza della Cervara, almeno secondo quanto appare dalle carte geografiche citate, possiamo pensare anche ad un  castrum  o ad un opera difensiva di una certa importanza.

Sul Brattello, alla stessa altezza, viene citato  il  Castelliere dei Cerri, segnalato per la prima volta da Aldo Mazza nel 1951 sulla Gazzetta di Parma. Questi ne ricorda i resti presso l’abitato di Bratto, senza peraltro fornirne ulteriori indicazioni.

La notizia viene ripresa dal Corradi Cervi, che lo indica come punto di partenza di una serie di castellari liguri, che si estendevano sui crinali appenninici a Solignano, Prelerna, Passo Santa Donna, Monte Lama e collegati a vista, sulle sommità, da punti di segnalazione. Sarebbero stati edificati in funzione antiromana e quindi rivolti verso il mare.

Potrebbe essere stata un ipotesi azzardata che presupporrebbe un coordinamento militare e sociale fra le varie tribù liguri di cui abbiamo trattato, francamente difficile da pensare. Ricordiamo infatti che il Giuliani parla di piccole tribù in quelle zone e che i soli momenti di incontri collettivi erano quelli nei conciliabola (ubi ad concilium convenitur).


La Valle del Verde


Riteniamo pur senza alcuna prova, possa trattarsi più di un presidio bizantino antilongobardo. In località Braia viene segnalato il toponimo un Castello, appena a valle del piccolo centro. Potrebbe trattarsi di un opera difensiva legata al Castrum Grondolae, ovvero di una torre o di una casa torre (caminata). Non avendone notizie, neanche nelle trattazioni del Giuliani, possiamo solo auspicare un indagine archeologica.

Un’ultima fortificazione, prima di Pontremoli, è segnalata dal Giuliani nella valle del Verde.                   

 A monte della Pieve di Vignola si trova il castrum Belvedere, situato a Bassone sul colle della Bardera, fra i torrenti Picalla e Betinia. Probabilmente è uno dei tanti “castrum cum curia“ sorti nel X secolo, forse su preesistenti insediamenti difensivi e nel 1164 quando i Malaspina occupano la Valtaro viene infeudato da Federico I ad Obizzo Malaspina.


Torre di Grondola

I Bizantini si difenderebbero anche lungo una direttrice che comprende la Val di Vara, con Zignago o Griniacula, posto lungo una via che conduce dal mare a Parma e Piacenza e dove le ricerche dell’ISCuM hanno evidenziato una postazione militare bizantina, là dove  è un insediamento preesistente. Poi forse Monte dei Greci, sino a Moneglia, là dove rimangono bona pubblici, che con Carlo Magno passeranno poi nei beni dell’abbazia di Bobbio.




Castellieri
Nelle alte valli del Taro e del Ceno la serie delle turres potrebbe comprendere anche quei castellieri già trattati come Nociveglia, Monte dei Greci o come Ombria, Frescumbria, Bardi, Monte Pietra Nera, verso la Padania, che come detto dianzi, il Dall’Aglio identifica con “una rete di fortificazioni che in una prima fase devono essere appartenute ai Bizantini e che poi, una volta che i Longobardi ebbero occupato tutto questo settore, devono essere diventate fortezze longobarde in funzione antibizantina” .

Tali fortificazioni, sempre secondo Dall’Aglio collegate a vista, inizialmente dovevano servire a proteggere la costa ligure e poi, passate ai Longobardi, impedire incursioni contro i loro possessi nella pianura padana.


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